La comparazione tra gli Stati dell'Io secondo l'Analisi Transazionale di Eric Berne e le Strutture...
Non sono io sbagliato: sono dentro una trama
Ci sono momenti nella vita in cui una frase semplice produce uno spostamento radicale.
Non sono io sbagliato.
Sono dentro una trama.
Non è un gioco di parole. È un cambio di cornice.
E spesso anche un atto di liberazione.
Per anni molte persone si raccontano così:
“C’è qualcosa che non va in me.”
“Attiro sempre lo stesso tipo di situazioni.”
“Ripeto gli stessi errori.”
“Sono fatta così.”
Questa narrazione ha un problema: isola l’individuo.
Lo rende l’unico responsabile, l’unico colpevole, l’unico oggetto di analisi.
Ma la psicologia sistemica, l’Analisi Transazionale e la psicologia narrativa ci dicono altro:
nessuno di noi nasce nel vuoto. Nasciamo dentro una storia.
Una storia familiare, relazionale, culturale.
Una trama fatta di ruoli, aspettative, silenzi, lealtà non dette.
E spesso la sofferenza non è il segno di un difetto personale,
ma il segnale di un copione che stiamo recitando senza saperlo.
Le fedeltà invisibili: quando restiamo fedeli a qualcosa che non scegliamo
Ivan Boszormenyi-Nagy ha dato un nome potente a questo fenomeno: fedeltà invisibili.
Sono legami di lealtà emotiva che ci tengono ancorati a destini, ruoli e copioni familiari,
anche quando ci fanno male.
Non si tratta di affetto consapevole.
Si tratta di una forma profonda di appartenenza:
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restare fedeli a un genitore infelice, rinunciando alla propria felicità
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replicare un fallimento per “non superare” qualcuno
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portare avanti un sacrificio come se fosse un dovere morale
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sentirsi in colpa quando le cose vanno bene
Le fedeltà invisibili non si vedono, ma si sentono.
Nel corpo. Nelle scelte. Nelle ripetizioni.
E soprattutto in quella frase interiore:
“Non posso essere diversa.”
Il copione: quando la vita sembra sempre la stessa storia
In Analisi Transazionale si parla di copione di vita:
una decisione precoce (spesso infantile) su chi devo essere per appartenere, per essere amata, per sopravvivere.
Il copione non è una condanna.
È una strategia antica che ha funzionato allora, ma che oggi può diventare una gabbia.
Il problema non è avere un copione.
Il problema è scambiarlo per identità.
Quando diciamo “sono fatta così”, spesso stiamo dicendo: “questa è la parte che mi è toccata nella trama”.
Non colpa, ma contesto
Dire “sono dentro una trama” non significa negare la responsabilità personale.
Significa spostarla su un piano più adulto.
Non colpa → ma contesto.
Non difetto → ma adattamento.
Non patologia → ma storia.
Questo cambio di prospettiva produce tre effetti fondamentali:
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riduce il senso di vergogna
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apre possibilità di scelta
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restituisce complessità all’esperienza umana
E soprattutto permette una domanda diversa:
non “che cosa c’è che non va in me?”
ma “a quale storia sto restando fedele?”
La resilienza non è resistere: è riscrivere
Boris Cyrulnik lo dice con grande chiarezza: la resilienza non è negare il trauma,
ma trovare un nuovo senso alla propria storia.
Non cancellare il passato.
Non diventare invincibili.
Ma trasformare la narrazione che facciamo di ciò che ci è accaduto.
La resilienza non è forza bruta.
È intelligenza simbolica.
È passare da “sono sbagliata” a “sono stata adattiva”.
Da “sono rotta” a “sono stata fedele a qualcosa che oggi posso lasciare andare”.
Uscire dalla trama (senza rinnegare la storia)
Uscire da una trama non significa rinnegare la propria famiglia, la propria cultura o il proprio passato.
Significa smettere di confondere appartenenza con destino.
La vera libertà adulta non è fare ciò che vogliamo.
È sapere da dove veniamo e decidere cosa tenere e cosa no.
Non siamo pagine bianche.
Ma non siamo neppure prigionieri del copione.
Siamo esseri narrativi.
E a un certo punto della vita possiamo scegliere di diventare
non più solo personaggi, ma anche autori.
Bibliografia
Cyrulnik, B. – Costruire la resilienza (Raffaello Cortina)
Boszormenyi-Nagy, I. – Lealtà invisibili (Raffaello Cortina)
Berne, E. – Ciao!... e poi? (Bompiani)
Steiner, C. – Copione di vita (Astrolabio)