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Mi hanno disegnata così

“Non sono cattiva, mi hanno disegnata così.”

È una celebre frase nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit, pronunciata da Jessica Rabbit.

“Mi hanno disegnata così” è una frase perfetta simbolicamente perché:

  • parla di identità attribuita,

  • parla di sguardo esterno,

  • parla di ruolo assegnato.

È una frase che suona potente: non come alibi, ma come smascheramento del meccanismo.

Tiene insieme:

  • cultura pop

  • destino

  • copione

  • e una sottile critica allo sguardo che ci ha “disegnate” (la famiglia, la storia, l’ambiente).

Altro che poster motivazionale.
Questa è una frase che sembra leggera e in realtà è una bomba filosofica travestita da cartoon.


Ci dicono che il cambiamento è sempre possibile.

Una frase bella. Rassicurante. Pulita.
Talmente pulita da sembrare quasi sterile.

Viene da chiedersi se non sia una di quelle verità educatamente inutili.
Non falsa, ma fuori fuoco.

Come dire a qualcuno con una gamba ingessata:
“dai, cammina”.
Tecnicamente è vero.
Esistenzialmente è una presa in giro.

La realtà è molto più vicina a quel:
“mi hanno disegnata così”.


La realtà, quella meno instagrammabile, è che non partiamo mai da zero.
Partiamo da una struttura.

Chi è orientato all’obiettivo non sa stare.
Chi è passivo non sa orientarsi.
Chi fa senza obiettivo – il fare per non pensare – vive in una specie di moto perpetuo che anestetizza ogni domanda seria.

Non è questione di carattere.
È architettura interna.


Non siamo liberi, siamo coerenti

Jessica Rabbit lo diceva meglio di mille manuali di crescita personale:

I’m not bad. I’m just drawn that way.
Non sono cattiva. Mi hanno disegnata così.

Il copione non è la storia che raccontiamo di noi.
È il modo in cui reagiamo prima ancora di scegliere.

È postura, ritmo, tipo di legami che attraiamo,
cosa ci sembra “normale”, cosa ci sembra “pericoloso”.

Per questo il mantra del cambiamento è spesso vacuo:
presuppone un soggetto libero che decide,
quando nella pratica la maggior parte di noi ripete, compensa, evita, difende.

Non scegliamo chi siamo ogni mattina.
Lo eseguiamo.


Il vero punto non è cambiare, è vedere

Il cambiamento autentico non è diventare qualcun altro.
È molto più sobrio. E molto più destabilizzante:

accorgersi del proprio disegno mentre si sta muovendo.

Non uscire dal copione.
Ma vederlo mentre agisce

Che significa:

  • notare quando il fare serve a non sentire,

  • riconoscere quando la passività è una strategia,

  • scoprire che certi “tratti della personalità” sono in realtà soluzioni antiche.

Soluzioni che una volta erano intelligenti.
E che oggi sono solo automatiche.


Perché la maggior parte delle persone non cambia

Non perché non possa.
Ma perché non può permettersi di vedere ciò che la muove davvero.

Sotto ogni copione c’è sempre una perdita:

  • perdita di identità,

  • perdita di giustificazione,

  • perdita della storia che raccontavamo su noi stessi.

E perdere una narrazione è spesso più doloroso
che restare in una gabbia conosciuta.

Ecco perché il “fare senza obiettivo” è così diffuso:
tiene tutto in movimento senza mai fermarsi abbastanza da chiedere perché.

È un modo elegante per non guardare.


Una versione più onesta della frase

Forse l’unica forma non tossica di quel mantra sarebbe questa:

Il cambiamento non è sempre possibile.
La consapevolezza sì.
E spesso è già abbastanza da sembrare una rivoluzione.

Non salva.
Non redime.
Non promette felicità.

Ma fa una cosa molto più rara:
restituisce realtà.

E a volte, per un essere umano,
vedere la realtà senza più raccontarsela
è già il massimo grado di libertà accessibile ad un buon ambiente.


 

Per approfondire

  • Chi ha incastrato Roger Rabbit, Robert Zemeckis (1988), tratto dal romanzo Who Censored Roger Rabbit? (1981)

  • A che gioco giochiamo, Eric Berne