Il cervello umano, con le sue meravigliose e intricate reti neurali, è uno degli organi più...
È un dato o è un fatto (da me)?
Quando incontriamo un dato, il significato che gli attribuiamo può trasformarlo in una certezza. E quella certezza può condizionare il nostro modo di vivere. Possiamo continuare a dire che siamo fatti così o imparare ad orientarci verso altro.
Nel titolo c’è un gioco di parole. Un dato è qualcosa che ci viene dato, che incontriamo o osserviamo. Un fatto, invece, è anche qualcosa che facciamo: non perché inventiamo l’evento, ma perché gli attribuiamo un significato e costruiamo, a partire da lì, la realtà che viviamo.
Una persona non risponde a un mio messaggio. Questo è un dato.
“Non le importa di me” è già un’altra cosa. È il fatto che, in qualche modo, ho fatto io: una conclusione nata dal significato che ho attribuito a quel silenzio, forse sulla base di esperienze precedenti, timori o aspettative. Eppure, una volta formulata, può sembrarmi un fatto oggettivo, qualcosa di certo che non ha bisogno di essere verificato.
È qui che spesso comincia la difficoltà.
La parola dato ci fa pensare a qualcosa di oggettivo: ciò che è stato osservato, ascoltato, letto. Ma tra il dato e il modo in cui lo viviamo si inserisce un passaggio che può essere rapidissimo e quasi invisibile: l’interpretazione. Diamo un significato a ciò che accade e, poco dopo, rischiamo di dimenticare di averlo fatto.
Così diciamo: “Mi ha ignorata”. Ma che cosa è successo, esattamente? Forse quella persona non ha risposto, non ci ha salutati o ha cambiato discorso. “Mi ha ignorata” può essere una lettura plausibile, ma contiene già un’intenzione attribuita all’altra persona. Il dato e il significato si sono saldati.
Non significa che le nostre interpretazioni siano sbagliate. A volte cogliamo davvero un’intenzione, riconosciamo un comportamento che si ripete, mettiamo insieme elementi importanti. Il problema nasce quando smettiamo di distinguere ciò che sappiamo da ciò che stiamo ipotizzando. Quando la nostra interpretazione diventa così convincente da non apparirci più come un’interpretazione.
A quel punto, reagiamo al significato come se fosse stato accertato. Ci sentiamo feriti, esclusi o svalutati; ci chiudiamo, attacchiamo, ci giustifichiamo. E magari l’altra persona, che non conosce la storia che abbiamo costruito dentro di noi, non capisce la nostra reazione. Oppure risponde a sua volta con irritazione, confermandoci che avevamo ragione a diffidare.
La convinzione iniziale trova così nuovi elementi a cui aggrapparsi. Non sempre perché fosse vera, ma perché ormai organizza il nostro sguardo.
Lo stesso accade fuori dalle relazioni. Un errore sul lavoro diventa: “Non sono capace”. Un momento di stanchezza: “Non concluderò più niente”. Un cambiamento dell’altro: “Non gli interesso più”. In ciascun caso c’è un evento, poi c’è la storia che gli raccontiamo. E quella storia può avere conseguenze molto concrete sul modo in cui ci sentiamo e ci comportiamo. Il modo in cui ci parliamo ci determina.
Forse allora può essere utile fermarsi e domandarsi: che cosa so, e che cosa sto concludendo?
“Non ha risposto al messaggio” descrive un dato.
“Non vuole più parlarmi” è una possibile spiegazione.
“Mi sento in ansia e temo di non contare per lei” racconta qualcosa di me e di ciò che quel silenzio ha attivato.
Separare questi piani non cancella il dolore, né ci obbliga a trovare una giustificazione per l’altra persona. Ci restituisce però un piccolo spazio di scelta. Possiamo verificare, aspettare, chiedere, osservare se il comportamento si ripete. Possiamo anche riconoscere che un’interpretazione ci sembra molto probabile, senza trasformarla subito in una certezza.
La domanda del titolo può allora diventare una piccola pausa: “È un dato o è un fatto (da me)?”
A volte ciò che chiamiamo “fatto” è un dato a cui abbiamo già dato un significato. Quel significato può essere importante e persino fondato; resta però utile sapere che è passato attraverso il nostro sguardo.
Non possiamo vivere senza interpretare. Ma possiamo imparare ad accorgerci di quando lo stiamo facendo. E, qualche volta, questa distinzione basta a cambiare il passo successivo: una domanda al posto di un’accusa, una verifica al posto di una certezza, una possibilità al posto di una condanna.
Attribuire significato è una competenza importante: se ben orientata, può motivarci a perseguire grandi obiettivi.
Per approfondire due possibili orientamenti del significato: quello che sostiene motivazione e visione, e quello che può trasformarsi in autoinganno e ostacolare la nostra capacità di vedere la realtà.
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Robert B. Dilts, Imprenditori Next Generation, RoiEdizioni, 2018
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Daniel Goleman, Menzogna, autoinganno, illusione, Rizzoli, 1998.
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