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Il movimento dello stare: quando fermarsi diventa un atto evolutivo

Ci sono momenti nella vita — e nei contesti aziendali — in cui tutto sembra chiedere azione.
Fare, decidere, muovere.
Eppure, a volte, la svolta nasce proprio dallo stare.

Non da uno stare passivo, ma da un movimento interiore: quello che ci riporta a casa, dentro di noi.
Un movimento sottile, invisibile a chi guarda dall’esterno, ma capace di spostare montagne dentro.
È il movimento dello stare.

L’illusione della velocità

Viviamo in una cultura che premia la rapidità e confonde la quiete con la rinuncia.
Siamo abituati a pensare che “muoversi” significhi correre verso un obiettivo, mentre stare significhi restare indietro.
Ma chi pratica presenza sa che è esattamente il contrario.

Come scrive Daniel Goleman in La forza della meditazione, il vero focus nasce solo quando impariamo a interrompere il rumore di fondo.
La mente, quando si quieta, non si spegne: si affina.
E allora le priorità si riallineano, gli impulsi si placano, la visione si chiarisce.

Nel counseling e nel mentoring, questo è il punto in cui una persona smette di “reagire” e comincia davvero a scegliere.

La quiete che trasforma le emozioni

La moglie di Daniel, Tara Bennett-Goleman, lo dice in un altro modo, nel suo libro L’alchimia emotiva:

“Riconoscere un’emozione non significa giudicarla o reprimerla, ma permetterle di sciogliersi, come una nuvola nel cielo della consapevolezza.”

Lo stare di cui parliamo è proprio questo: dare spazio a ciò che accade dentro, lasciando che la consapevolezza faccia il suo lavoro.
Quando ci fermiamo abbastanza da sentire le nostre emozioni senza farci travolgere, accade qualcosa di sorprendente: si trasformano.

In azienda, questo movimento è prezioso.
Un team capace di “stare” di fronte al conflitto, invece di reagire subito, è un team che può crescere.
Un leader che sa fermarsi prima di rispondere, ascoltando davvero, apre uno spazio di fiducia e autenticità.
E una cultura organizzativa che valorizza la pausa, il silenzio, il confronto lento, diventa una cultura che pensa meglio e agisce con più lucidità.

Il miracolo della presenza mentale

Il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh lo chiamava “il miracolo della presenza mentale”.
Per lui, la consapevolezza è il seme da cui nasce la pace — personale e collettiva.

“Cammina come se baciassi la terra con i tuoi piedi”, scriveva.

Questa immagine poetica racchiude tutto il senso del movimento dello stare: ogni passo, anche il più piccolo, diventa un gesto di contatto con ciò che è vivo.
Non corriamo più per arrivare, ma per sentire.
Non lavoriamo più per riempire, ma per esprimere.
Non parliamo più per reagire, ma per comunicare davvero.

Muoversi dentro per muovere fuori

Nel mio lavoro con persone e organizzazioni, vedo spesso che i veri cambiamenti non nascono dal “fare di più”, ma dal fare spazio.
Quando smetti di spingere, inizi a vedere.
Quando smetti di riempire, emergono i segnali autentici.

Questo è il movimento dello stare:

  • per la persona, è il momento in cui la mente tace e la voce interiore si fa chiara;

  • per il team, è l’attimo in cui smette di reagire e comincia a dialogare;

  • per l’azienda, è il punto in cui la strategia incontra la saggezza.

Lo stare è un allenamento al discernimento:
capire dove vale la pena andare e dove invece serve semplicemente restare — per ritrovare senso, direzione, presenza.

Tre libri per nutrire il movimento dello stare

📘 Daniel Goleman – La forza della meditazione
Un viaggio nella scienza della concentrazione e dell’attenzione consapevole, per chi vuole capire come la mente si rafforza quando si ferma.

📗 Tara Bennett-Goleman – L’alchimia emotiva
Un libro che insegna a trasformare le emozioni reattive in stati di equilibrio e lucidità, integrando psicologia occidentale e mindfulness.

📙 Thich Nhat Hanh – Il miracolo della presenza mentale
Un classico senza tempo sulla pratica della consapevolezza quotidiana: semplice, poetico e profondamente pratico.


Conclusione concreta:


Per le persone, il movimento dello stare è imparare ad ascoltare la vita invece di inseguirla.
Per le aziende, è creare contesti in cui la riflessione non sia vista come lentezza, ma come strategia della lucidità.

Fermarsi, oggi, è un atto rivoluzionario.
Perché solo chi sa stare può davvero andare.