Chi parla quando apro bocca?
Quando parlo francese, quando parlo inglese, mi sento più protetta.
La stessa frase.
Lo stesso significato.
La stessa persona che la pronuncia.
Eppure qualcosa cambia.
Per molto tempo ho pensato che dipendesse dalla lingua. Poi mi sono ricordata di un episodio avvenuto alcuni anni fa durante una riunione internazionale.
Presi il microfono e feci una domanda in inglese. Al termine una collega si avvicinò e mi disse:
«Caspita che voce!»
Non stava commentando il mio inglese. Né il contenuto della domanda.
Aveva percepito qualcosa di diverso.
Forse il microfono aveva eliminato la necessità di spingere la voce. Forse l'acustica aiutava. Ma col tempo ho capito che c'era anche altro.
In quel momento stavo parlando da un ruolo che conoscevo bene: quello della professionista competente, sicura, autorizzata a prendere parola.
Non stava parlando la bambina che teme di non essere ascoltata.
Non stava parlando la parte di me che si sente in difetto e deve giustificare il proprio bisogno.
Stava parlando una donna che sapeva di avere il diritto di essere lì.
E la voce lo raccontava.
La voce non trasmette soltanto parole. Trasmette posizione.
L'autenticità non consiste nel dire sempre ciò che pensiamo. Consiste nel riconoscere quale parte di noi sta prendendo la parola e nel darle spazio, o meno, in modo consapevole.
Molte volte ci chiediamo perché un messaggio non venga accolto. Perché una richiesta ragionevole venga ignorata. Perché un'osservazione sensata venga liquidata con fastidio.
Spesso attribuiamo tutto al contenuto.
Pensiamo di non aver trovato le parole giuste.
Ma forse il problema non è ciò che stiamo dicendo.
Forse riguarda il modo in cui veniamo percepiti mentre lo diciamo.
Un bisogno espresso da una posizione adulta viene spesso accolto come una richiesta legittima.
Lo stesso bisogno, espresso da una posizione impaurita o difensiva, può essere percepito come una lamentela, una pretesa o perfino un capriccio.
Le parole sono identiche.
La posizione interna no.
Questo fenomeno è particolarmente evidente nei contesti lavorativi.
Quante volte una buona idea viene ignorata quando arriva dalla persona "sbagliata"?
E quante volte la stessa idea viene accolta con entusiasmo quando viene ripetuta da qualcuno che occupa una posizione di maggiore autorevolezza?
Non ascoltiamo mai soltanto il contenuto.
Ascoltiamo anche il ruolo.
Ascoltiamo il tono.
Ascoltiamo la postura.
Ascoltiamo la storia che attribuiamo a chi parla.
Ma il fenomeno non riguarda solo chi parla.
Riguarda anche chi ascolta.
A volte respingiamo osservazioni preziose perché le percepiamo come critiche.
Altre volte ci chiudiamo a un messaggio corretto perché arriva da qualcuno che abbiamo già collocato in un ruolo preciso.
È come se non ascoltassimo davvero la persona che abbiamo davanti, ma l'immagine che ne conserviamo.
In fondo, come ho scritto nell'articolo Vediamo le cose per come siamo, la realtà ci raggiunge sempre attraverso i nostri filtri percettivi.
Succede nelle organizzazioni.
Succede nelle coppie.
Succede nelle famiglie.
Succede in molti ambiti
Una figlia adulta può continuare a essere ascoltata come se fosse la bambina di vent'anni prima.
Un collaboratore competente può continuare a essere trattato come il neoassunto che era all'inizio della sua carriera.
E noi stessi possiamo continuare a parlare, o ad essere percepiti, da ruoli che non ci appartengono più.
Forse è per questo che alcune lingue ci fanno sentire diversi.
Non perché cambino chi siamo.
Ma perché ci permettono, almeno per un momento, di uscire da una parte della nostra storia.
Di indossare un altro abito.
Di sperimentare una diversa autorizzazione ad esistere.
Nelle lingue che abbiamo imparato da adulti non ci sono le tracce emotive incarnate da bambini.
Alla fine, la domanda più interessante non è quale lingua stiamo usando.
La domanda è:
Chi sta parlando, dentro di noi quando usiamo la nostra lingua madre?
E quando ascoltiamo qualcuno, stiamo davvero ascoltando ciò che dice?
Oppure stiamo ascoltando il ruolo che gli abbiamo assegnato?
Forse molte incomprensioni nascono proprio qui.
Non nelle parole.
Ma nello spazio invisibile che esiste tra la voce e l'ascolto.
Ho già incontrato questo tema da un'altra angolazione, in un articolo pubblicato su LinkedIn che ha generato un confronto molto ricco.
Se desideri proseguire la riflessione lo trovi qui.

Per chi vuole approfondire:
- Eric Berne – Analisi Transazionale e Psicoterapia
- Ian Stewart, Vann Joines – L'Analisi Transazionale
- Tara Bennett-Goleman – Alchimia emotiva
- Daniel Kahneman – Pensieri lenti e veloci
- Hubert Hermans – Dialogical Self Theory: Positioning and Counter-Positioning in a Globalizing Society
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