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La passività: il problema che non si vede

Quando pensiamo a una relazione difficile, a una famiglia in sofferenza o a un ambiente di lavoro che non funziona, tendiamo a cercare qualcosa di evidente.

Chi urla.
Chi controlla.
Chi critica.
Chi impone.

L'aggressività è rumorosa.

La passività, invece, spesso passa inosservata.

Spesso non la vediamo perché ci appare familiare. E ciò che ci è familiare non sempre ci appare come un problema.

Eppure può essere altrettanto problematica.

Non perché faccia più rumore.
Ma perché spesso nessuno la riconosce come un problema.

 

Quando il problema non esiste

Se una persona arriva sempre in ritardo, il problema è visibile.

Se una persona alza la voce, il problema è visibile.

Se una persona umilia gli altri, il problema è visibile.

Ma cosa succede quando qualcuno evita continuamente di prendere posizione?

Quando non dice ciò che pensa?

Quando lascia che siano sempre gli altri a decidere?

Quando si lamenta ma non agisce?

Quando aspetta che qualcuno risolva al posto suo?

Qui le cose si complicano.

Perché il problema non appare come un problema.

Appare come prudenza.
Come gentilezza.
Come adattabilità.
Come disponibilità.

E invece, talvolta, è una forma di rinuncia.

 

La difficoltà più grande

Uno degli aspetti più complessi nelle relazioni di aiuto è che non si può affrontare un problema che la persona non vede.

Se qualcuno riconosce una difficoltà, si può lavorare insieme.

Se invece la difficoltà viene continuamente minimizzata, spiegata, giustificata o ignorata, ogni cambiamento diventa molto più difficile.

È come cercare di aggiustare una crepa coperta da un quadro.

Finché il quadro resta lì, la parete sembra perfetta.

Il problema non scompare.

Semplicemente non viene visto.

 

Il prezzo della passività

La passività raramente produce effetti immediati.

Produce effetti lenti.

Accumula.

Un conflitto evitato oggi.
Una decisione rimandata domani.
Un bisogno non espresso.
Un limite mai dichiarato.

Goccia dopo goccia.

Finché la situazione diventa ingestibile.

Spesso le persone passive non sembrano creare problemi.

Sembrano subirli.

Ma proprio questa apparente innocenza può rendere la situazione più difficile da comprendere.

Perché ciò che manca non è la sofferenza.

Manca l'assunzione di responsabilità rispetto a quella sofferenza.

 

Quando la passività diventa una patata bollente

Nelle famiglie questo fenomeno è particolarmente evidente.

Un genitore aggressivo si vede.

Un genitore passivo molto meno.

Eppure un genitore che evita continuamente il conflitto, che non prende posizione, che non protegge, che delega sempre ad altri le decisioni difficili, lascia comunque un segno profondo.

Il bambino impara qualcosa.

Impara che i problemi si evitano.

Che è meglio non disturbare.

Che è preferibile adattarsi piuttosto che esporsi.

Che qualcuno prima o poi si occuperà della situazione.

La responsabilità diventa una sorta di patata bollente che passa di mano in mano.

Nessuno la tiene davvero.

Nessuno la guarda davvero.

E intanto continua a scottare.

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Il terreno fertile delle simbiosi

Esistono relazioni nelle quali una persona pensa, decide, organizza, protegge e si preoccupa per tutti.

L'altra segue.

Si adatta.

Aspetta.

Delega.

All'inizio può sembrare una divisione efficiente dei compiti.

Con il tempo però qualcosa si irrigidisce.

Uno porta il peso.
L'altro rinuncia progressivamente a portarne una parte.

Entrambi finiscono intrappolati.

Chi fa troppo si sente solo.

Chi fa troppo poco si sente incapace.

E la relazione smette di essere uno spazio di crescita reciproca.

Diventa una struttura che mantiene entrambi fermi.

 

La passività non è pigrizia

Spesso dietro la passività non c'è cattiva volontà.

C'è paura.

Paura di sbagliare.
Paura del conflitto.
Paura di perdere l'affetto degli altri.
Paura di assumersi una responsabilità che sembra troppo grande.

Per questo la passività non si supera con le critiche.

Nessuno esce dalla passività sentendosi giudicato.

Si esce dalla passività quando diventa possibile vedere ciò che prima era invisibile.

 

La prima domanda

Forse il punto non è chiedersi:

"Cosa devo fare per cambiare?"

Forse la domanda precedente è un'altra:

"C'è qualcosa che non sto vedendo?"

Perché ogni cambiamento comincia da lì.

Dal momento in cui una persona smette di considerare inevitabile ciò che ha sempre considerato normale.

Dal momento in cui vede il problema.

Non per colpevolizzarsi.

Ma per tornare ad avere una scelta.

Riconoscere ciò che stiamo evitando di vedere è spesso il primo passo verso una vita più autentica e coerente con sé stessi.

 

 

 

 

Per approfondire::

Dentro l'A.T. Fondamenti e sviluppi dell'Analisi Transazionale, William F. Cornell - Anna de Graaf, Trudy Newton, Moniek Thunnissen

 

 

 

Note:

Il Tuo Mentore è una community interdisciplinare di professionisti della relazione d’aiuto.

Alcuni contenuti nascono dal confronto tra approcci e competenze differenti.