Nel percorso di sviluppo personale e professionale, il ruolo del mentoring si distingue come una...
Il governo di sé nell’epoca degli specialisti
C’è un paradosso del nostro tempo che raramente viene nominato.
Il sapere cresce, si raffina, diventa sempre più preciso.
Eppure la visione dell’essere umano sembra restringersi.
La conoscenza si specializza.
Le discipline si separano.
E la persona finisce per essere osservata a pezzi.
Il ginocchio dell’ortopedico.
Il sistema ormonale dell’endocrinologo.
Il respiro del pneumologo — se è basso.
Se invece è alto, entra nel territorio dell’otorinolaringoiatra.
Il fegato dell’epatologo.
Il sistema nervoso del neurologo.
L’anca del fisiatra.
Il movimento della fisioterapista.
E alla fine, quasi senza accorgercene,
la persona sembra scomparire.
O forse no.
Forse resta lì, ma frammentata,
come se potesse dire:
Ogni sguardo è competente.
Ogni sguardo è necessario.
Ma ogni sguardo è anche, inevitabilmente, parziale.
E qui emerge la questione vera.
Chi tiene insieme il quadro?
Chi mette in relazione i pezzi?
Chi osserva la persona nella sua interezza — corpo, storia, abitudini, paure, desideri, relazioni, scelte?
Spesso nessuno.
Non perché manchi la buona volontà, ma perché l’organizzazione stessa del sapere contemporaneo è costruita per approfondire il dettaglio, non per custodire l’insieme.
Il risultato è che molte persone si trovano in una posizione paradossale: circondate da specialisti competenti, e allo stesso tempo sole nel dover integrare le informazioni.
Da una parte c’è la tentazione di affidarsi completamente.
Dall’altra la tentazione opposta: diffidare di tutto.
Né l’una né l’altra posizione aiutano davvero.
L’affidamento totale rischia di trasformarsi in delega.
La diffidenza totale rischia di diventare isolamento.
La strada adulta è più faticosa.
Richiede di partecipare.
Significa ascoltare ciò che dice lo specialista, ma anche fare domande.
Chiedere chiarimenti.
Prendere tempo per capire.
Confrontare punti di vista.
Riflettere sulle terapie proposte.
Non si tratta di sostituirsi ai professionisti.
Si tratta di non abdicare al proprio ruolo.
In fondo, anche nel campo della salute, vale una verità più generale: nessuno può governare la nostra vita al posto nostro.
Gli specialisti possono offrire competenza.
Possono indicare strade possibili.
Possono aiutare a orientarsi.
Ma la responsabilità finale resta nostra.
Questo non riguarda solo la medicina.
Riguarda la vita intera.
A volte cerchiamo qualcuno che ci dica chi siamo o cosa dovremmo fare. Ma il rischio è quello di restare prigionieri di un copione già scritto, di quel “mi hanno disegnata così” che sembra definirci una volta per tutte.
Governare se stessi significa imparare a riconoscere i propri schemi di comportamento, i propri automatismi, i propri limiti.
Significa imparare a mettere confini.
A scegliere cosa accettare e cosa no.
A distinguere tra ciò che ci aiuta davvero e ciò che semplicemente si presenta come “la procedura standard" o "il disegno di qualcuno"
È un lavoro interiore che non ha scorciatoie.
Nell’Analisi Transazionale si direbbe che è il lavoro dell’Adulto: la parte di noi capace di osservare la realtà, raccogliere informazioni, valutare, decidere.
Non ribellione.
Non sottomissione.
Responsabilità.
Forse è proprio questa la competenza più importante da sviluppare oggi.
Perché viviamo in un’epoca di specialisti.
E in un mondo fatto di saperi frammentati, qualcuno deve comunque tenere insieme i fili.
Quella persona, alla fine, siamo noi.
Quella persona sei tu. Tu sei chi può curare e prendersi cura di tutte le tue parti.
Se il sapere esterno è frammentato, la persona ha ancora più bisogno di un luogo dove integrare.
Uno spazio dove fermarsi, pensare, mettere ordine.
Un counsellor, in fondo, non è uno specialista di un pezzo della vita.
È qualcuno che aiuta la persona a tenere insieme i pezzi.