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Il filtro delle carezze

Introduzione – Le carezze che non arrivano

Ci sono persone che ricevono un complimento e sorridono con gratitudine.
E altre che, a quel complimento, si irrigidiscono, cambiano discorso, sminuiscono.
Come se una parte di loro non sapesse cosa farsene di quelle parole buone.
È lì che entra in gioco quello che, in Analisi Transazionale, chiamiamo “filtro delle carezze”:
un meccanismo che blocca, distorce o attenua i messaggi positivi che riceviamo.

Un filtro che non nasce oggi, ma nei nostri anni formativi, quando la quantità di riconoscimento era scarsa o condizionata.
Chi è cresciuto a pane e svalutazioni – esplicite o sottili – ha imparato a proteggersi dal vuoto.
Ma quella corazza, oggi, spesso impedisce anche di ricevere il nutrimento affettivo che ci serve per crescere.


Quando un complimento diventa un pericolo

Molti di noi conoscono bene quella sensazione:
un semplice “bravo”, un “ti vedo bene”, e dentro si accende un disagio.
È come se il sistema emotivo interpretasse il riconoscimento come un segnale d’allarme.
Succede perché il corpo e la mente hanno imparato a non fidarsi.
La minima critica, in questo terreno ancora instabile, può diventare una scossa tellurica.

È come camminare su un suolo emotivo che ancora vibra dopo un terremoto:
basta un passo falso e l’Adulto si paralizza.
Cancelliamo tutto ciò che è accaduto in quel momento:
il gesto, le parole, perfino la connessione con l’altro.
È un modo in cui la svalutazione precoce si manifesta nel presente:
la critica viene amplificata, il riconoscimento si dissolve.


Quando sento ma non ricordo, o ricordo ma non sento

Le strategie del nostro sistema affettivo, quando è stato troppo esposto al dolore, sono due:

  1. Ricordo ma non sento – ho memoria dell’evento, ma è come guardare un film in bianco e nero.

  2. Sento ma non ricordo – l’emozione mi invade, ma non riesco a collegarla a nulla di concreto.

In entrambi i casi, la connessione tra esperienza e significato è interrotta.
Ed è proprio in quella frattura che il filtro delle carezze si installa: protegge, ma isola.


Il lavoro su di sé: rieducare il sistema affettivo

Quando iniziamo a lavorare su di noi, attraverso un percorso di psicoterapia, il terreno torna a muoversi.
All’inizio è faticoso, perché riemergono parti che non vogliono più rischiare di soffrire.
Ma passo dopo passo, impariamo a riconoscere il bisogno legittimo di essere visti,
a lasciar entrare carezze buone e – lentamente – a distinguere quelle autentiche da quelle manipolative.

Pratiche come la mindfulness, o altri strumenti di consapevolezza corporea e mentale,
possono sostenere e stabilizzare il lavoro fatto col terapeuta,
aiutando la persona a ritrovare sicurezza, radicamento e continuità emotiva.

Non si tratta di diventare più “deboli” o più “emotivi”,
ma di restituire al corpo e alla mente la libertà di sentire,
senza paura che un gesto o una parola possano far crollare tutto.


Conclusione – Riconoscersi per potersi nutrire

Ogni volta che accogliamo un complimento senza smontarlo, che lasciamo entrare un gesto gentile senza vergogna,
stiamo dicendo a noi stessi: Adesso posso ricevere.”

Non esiste crescita senza vulnerabilità.  E non esiste cura senza contatto.

Le carezze vere non fanno male:  scaldano le parti di noi che, per troppi anni, sono rimaste al freddo.

 

📚 Bibliografia essenziale

  • Steiner, C. (1972). La favola dei Caldoborbidi. Adattamento italiano di Cinzia Chiesa, Edizioni La Meridiana.

  • Steiner, C. (1974). Copioni di vita. Astrolabio.

  • Steiner, C. (1997). L’alfabeto delle emozioni. Astrolabio.