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Guarire non è cancellare il dolore, ma imparare ad ascoltarlo

Le nuove voci dell’auto-cura tra mente, corpo e relazione

C’è un modo di intendere la guarigione che non ha nulla a che vedere con la fuga dal dolore.
È un ritorno. Un movimento lento verso sé stessi, dove il corpo e la mente smettono di parlarsi addosso e ricominciano a dialogare.

Negli ultimi anni, molte autorevoli voci d’oltre oceano — tra cui Gabor Maté, Bessel van der Kolk, Tim Fletcher e Marisa Peer — stanno diffondendo una visione della cura profonda che supera la separazione fra psiche e soma.
Una visione sorprendentemente in sintonia con ciò che, da questo lato dell’oceano, cerchiamo di esplorare anche in questo spazio: l’auto-cura come atto di consapevolezza adulta.


Il trauma non è l’evento, ma la ferita che resta

Come ricorda Gabor Maté, il trauma non è ciò che ti è successo, ma ciò che è rimasto dentro di te dopo che è successo.
Non si tratta quindi di un “ricordo doloroso”, ma di una contrazione del sistema — mentale, emotivo e fisico — che continua a ripetersi anche quando la minaccia non c’è più.

Il primo passo per guarire non è dimenticare, ma ascoltare: sentire dove quel dolore abita oggi, come parla, e cosa chiede.
È il principio della prima lettera del suo metodo HEAL: Hearing the pain — ascoltare il dolore con rispetto, non con giudizio.


La cura che parte dal corpo

Bessel van der Kolk, psichiatra e autore di Il corpo accusa il colpo, mostra come ogni esperienza traumatica lasci una traccia nel sistema nervoso.
Non basta capire: serve anche sentire in sicurezza.
Ecco perché yoga, respirazione, EMDR, arte o movimento non sono “tecniche alternative”, ma veri canali di riprogrammazione del corpo che permettono al cervello di riscrivere la storia in modo più gentile.


Dal pensiero al gesto: la ripetizione che guarisce

Tim Fletcher parla di un passaggio essenziale: dal top-down al bottom-up.
Non è la testa a guarire il cuore, ma il contrario.
Ogni piccolo gesto — un respiro, una camminata, una pausa consapevole — aiuta il corpo a fidarsi di nuovo.
La mente lo seguirà.

Allo stesso modo, la terapeuta britannica Marisa Peer ricorda che il cervello non ama ciò che è giusto, ma ciò che è familiare.
Per guarire dobbiamo rendere familiari parole nuove:

“Io conto.
Sono amabile.
Sono abbastanza.
Sono al sicuro.”

Ripeterle non è auto-inganno, è allenamento neuronale. È trasformare la gentilezza in abitudine.


Dall’auto-cura alla presenza consapevole

Nel lavoro che porto avanti con Il Tuo Mentore, l’auto-cura non è mai un esercizio di egoismo, ma un atto di responsabilità verso sé stessi e verso chi ci sta accanto.
Imparare ad ascoltarsi, dare un nome alle proprie emozioni, rispettare i propri limiti e ristabilire confini sani — tutto questo non ci allontana dagli altri: ci rende più affidabili nelle relazioni.

La vera guarigione non consiste nel “tornare come prima”, ma nel diventare più interi.


Per approfondire

Molte autorevoli voci d’oltre oceano condividono questa prospettiva di cura integrata.
Una sintesi dei loro contributi è disponibile sulla piattaforma internazionale MentorShow, che raccoglie lezioni di Gabor Maté, Bessel van der Kolk, Tim Fletcher e Marisa Peer sul tema della guarigione del trauma.

Una piccola nota finale

Per quelli di voi che credono che ciò che è accaduto a un’età precisa sia la causa di tutto il malessere attuale — perché nei ricordi l’infanzia appare “felice” — questo articolo, sintesi di un congresso di tre giorni, toglierà ogni dubbio:
che sia con la T maiuscola o con la t minuscola, il trauma che ci segna è sempre lì, nell’infanzia.

Ora, noi adulti che sappiamo come ci si deve prendere cura di un bambino, possiamo prenderci cura del nostro Bambino interiore e andare avanti.

 

Bibliografia essenziale

  • Gabor Maté, The Myth of Normal (2022)
  • Bessel van der Kolk, Il corpo accusa il colpo (2015)
  • Marisa Peer, I Am Enough (2019)
  • Tim Fletcher, Complex Trauma Healing Pathways  (serie formativa online)