Self leadership: il punto cieco dei filtri percettivi.
C’è una frase che, ogni volta che la riprendo in mano, mi sembra insieme ovvia e destabilizzante:
Non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo.
È una di quelle verità che tutti annuiscono quando la sentono,
ma che pochi sono davvero disposti a prendere sul serio.
Perché se la prendi sul serio, non puoi più limitarti a dire:
“Le cose stanno così.”
Devi cominciare a chiederti:
“In che modo io sto partecipando a ciò che vedo?”
Ed è qui che, spesso, scatta qualcosa di sottile.
Una specie di risposta automatica, quasi difensiva, che non diciamo ad alta voce ma che ci abita:
Come se il nostro modo di vedere fosse dato una volta per tutte.
Come se fosse una caratteristica, non una costruzione.
Come se non avessimo parte in ciò che osserviamo — ma solo nel subirlo.
Tendiamo a pensare che la realtà sia là fuori, oggettiva, stabile, uguale per tutti.
E che il nostro compito sia semplicemente osservarla, capirla, descriverla.
In realtà, tra noi e ciò che chiamiamo “realtà” esiste sempre un filtro.
Anzi, molti filtri:
le nostre esperienze passate,
le convinzioni che abbiamo costruito,
le ferite, i successi, le delusioni, le aspettative.
Questi filtri non sono un difetto: sono il modo stesso in cui conosciamo il mondo.
Il problema nasce quando smettiamo di vederli come filtri
e li scambiamo per la realtà.
Una delle distinzioni più semplici e più potenti è questa:
tra fatti e interpretazioni.
Un fatto è qualcosa che posso descrivere in modo concreto, osservabile, condivisibile.
Ad esempio:
“Il collega non ha risposto al telefono.”
L’interpretazione è il significato che attribuisco a quel fatto.
Ad esempio:
“Il collega mi sta evitando.”
“Non gli importa di me.”
“Non sono una priorità.”
Il fatto è uno.
Le interpretazioni sono potenzialmente infinite.
Tra questi filtri, uno dei più potenti — e meno visibili — è il filtro delle carezze.
Tendiamo a leggere la realtà in base al riconoscimento che ci aspettiamo (o temiamo) di ricevere.
Così, lo stesso fatto può diventare:
“Non mi ha risposto → non conto.”
oppure
“Non mi ha risposto → sarà occupato.”
Eppure, nella vita quotidiana, tendiamo a confonderle - nel senso più radicale del termine.
Parliamo come se le nostre interpretazioni fossero fatti.
Reagiamo come se ciò che pensiamo fosse ciò che è.
Ognuno di noi agisce sulla base di alcuni principi ispiratori:
idee profonde, spesso implicite, su come funziona il mondo, su cosa è giusto, su cosa è pericoloso, su cosa vale la pena fare.
Alcuni di questi principi li conosciamo bene.
Altri sono “guide nascoste”: automatismi interiori che muovono le nostre scelte senza passare dalla consapevolezza.
Sono frasi interiori del tipo:
“Se non controllo, le cose vanno a rotoli.”
“Se mi mostro vulnerabile, perdo valore.”
“Devo cavarmela da sola.”
“Non posso contare sugli altri.”
Non sono teorie: sono strutture di senso che derivano dalla nostra storia.
E che, senza che ce ne accorgiamo, modellano il modo in cui leggiamo ogni situazione.
Quando si parla di self leadership, spesso si pensa a:
autodisciplina, forza di volontà, gestione del tempo, obiettivi personali.
Ma la forma più profonda di self leadership è un’altra:
è la capacità di osservare come sto costruendo la realtà che abito.
È qui che la consapevolezza diventa pratica, e l’autenticità smette di essere un’idea per diventare una posizione.
Significa accorgersi:
di quali interpretazioni faccio scattare automaticamente,
di quali principi guidano le mie reazioni,
di quali storie mi racconto per spiegare ciò che vivo.
Non per giudicarle, ma per non esserne prigioniera.
Finché non vedo i miei filtri, reagisco.
Quando comincio a vederli, posso scegliere.
Scelgo se confermare quella lettura della realtà
oppure sperimentarne un’altra.
Scelgo se restare nella mia interpretazione abituale
oppure aprire uno spazio di dubbio.
È un passaggio sottile ma decisivo:
dalla certezza alla curiosità,
dalla difesa all’esplorazione,
dal “so già come va a finire” al “vediamo cosa succede se”.
Spesso pensiamo che la libertà consista nel modificare le circostanze:
le persone, i contesti, le condizioni esterne.
Ma c’è una libertà più radicale e più sobria:
la libertà di cambiare posizione rispetto a ciò che accade.
Non è una libertà eroica.
È una libertà adulta.
È il momento in cui smetto di dire:
“Le cose sono così.”
e comincio a dire:
“Così le sto vedendo io, oggi.”
E da lì, magari, qualcosa si muove davvero.
Un piccolo cambiamento, una catena di cambiamenti. Come il domino.
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