Ci sono momenti nella vita in cui una frase semplice produce uno spostamento radicale.
Non sono io sbagliato.
Sono dentro una trama.
Non è un gioco di parole. È un cambio di cornice.
E spesso anche un atto di liberazione.
Per anni molte persone si raccontano così:
“C’è qualcosa che non va in me.”
“Attiro sempre lo stesso tipo di situazioni.”
“Ripeto gli stessi errori.”
“Sono fatta così.”
Questa narrazione ha un problema: isola l’individuo.
Lo rende l’unico responsabile, l’unico colpevole, l’unico oggetto di analisi.
Ma la psicologia sistemica, l’Analisi Transazionale e la psicologia narrativa ci dicono altro:
nessuno di noi nasce nel vuoto. Nasciamo dentro una storia.
Una storia familiare, relazionale, culturale.
Una trama fatta di ruoli, aspettative, silenzi, lealtà non dette.
E spesso la sofferenza non è il segno di un difetto personale,
ma il segnale di un copione che stiamo recitando senza saperlo.
Ivan Boszormenyi-Nagy ha dato un nome potente a questo fenomeno: fedeltà invisibili.
Sono legami di lealtà emotiva che ci tengono ancorati a destini, ruoli e copioni familiari,
anche quando ci fanno male.
Non si tratta di affetto consapevole.
Si tratta di una forma profonda di appartenenza:
restare fedeli a un genitore infelice, rinunciando alla propria felicità
replicare un fallimento per “non superare” qualcuno
portare avanti un sacrificio come se fosse un dovere morale
sentirsi in colpa quando le cose vanno bene
Le fedeltà invisibili non si vedono, ma si sentono.
Nel corpo. Nelle scelte. Nelle ripetizioni.
E soprattutto in quella frase interiore:
“Non posso essere diversa.”
In Analisi Transazionale si parla di copione di vita:
una decisione precoce (spesso infantile) su chi devo essere per appartenere, per essere amata, per sopravvivere.
Il copione non è una condanna.
È una strategia antica che ha funzionato allora, ma che oggi può diventare una gabbia.
Il problema non è avere un copione.
Il problema è scambiarlo per identità.
Quando diciamo “sono fatta così”, spesso stiamo dicendo: “questa è la parte che mi è toccata nella trama”.
Dire “sono dentro una trama” non significa negare la responsabilità personale.
Significa spostarla su un piano più adulto.
Non colpa → ma contesto.
Non difetto → ma adattamento.
Non patologia → ma storia.
Questo cambio di prospettiva produce tre effetti fondamentali:
riduce il senso di vergogna
apre possibilità di scelta
restituisce complessità all’esperienza umana
E soprattutto permette una domanda diversa:
non “che cosa c’è che non va in me?”
ma “a quale storia sto restando fedele?”
Boris Cyrulnik lo dice con grande chiarezza: la resilienza non è negare il trauma,
ma trovare un nuovo senso alla propria storia.
Non cancellare il passato.
Non diventare invincibili.
Ma trasformare la narrazione che facciamo di ciò che ci è accaduto.
La resilienza non è forza bruta.
È intelligenza simbolica.
È passare da “sono sbagliata” a “sono stata adattiva”.
Da “sono rotta” a “sono stata fedele a qualcosa che oggi posso lasciare andare”.
Uscire da una trama non significa rinnegare la propria famiglia, la propria cultura o il proprio passato.
Significa smettere di confondere appartenenza con destino.
La vera libertà adulta non è fare ciò che vogliamo.
È sapere da dove veniamo e decidere cosa tenere e cosa no.
Non siamo pagine bianche.
Ma non siamo neppure prigionieri del copione.
Siamo esseri narrativi.
E a un certo punto della vita possiamo scegliere di diventare
non più solo personaggi, ma anche autori.
Cyrulnik, B. – Costruire la resilienza (Raffaello Cortina)
Boszormenyi-Nagy, I. – Lealtà invisibili (Raffaello Cortina)
Berne, E. – Ciao!... e poi? (Bompiani)
Steiner, C. – Copione di vita (Astrolabio)