Non dire tutto quello che pensi è un segno di libertà.
"Io sono così."
"Se penso una cosa, la dico."
"Non ho filtri."
Spesso queste frasi vengono presentate come prove di autenticità.
Come se la sincerità coincidesse con il dire immediatamente ciò che passa per la mente.
Come se la spontaneità fosse sempre una virtù.
Eppure vale la pena fermarsi un momento e chiederci:
Molte persone confondono l'autenticità con l'impulsività.
Pensano che essere autentici significhi esprimere ogni emozione, ogni giudizio, ogni reazione nel momento stesso in cui emerge.
Ma un'emozione è autentica.
Un pensiero è autentico.
Una reazione è autentica.
Questo non significa automaticamente che debbano essere espresse. Non significa neppure che sia la verità.
Le neuroscienze hanno mostrato come tra l'attivazione emotiva e l'azione esista uno spazio di elaborazione e scelta. Se ti interessa approfondire questo tema, può essere interessante ascoltare Joseph LeDoux, neuroscienziato che ha dedicato gran parte delle sue ricerche allo studio delle emozioni e della paura.
Se una persona mi taglia la strada in automobile e per un secondo penso che sia un idiota, quel pensiero è reale.
Esiste.
O rappresenta semplicemente il mio stato emotivo di quel momento?
L'autenticità non consiste nel dare voce a tutto ciò che attraversa la mente.
Consiste nel riconoscere ciò che accade dentro di noi senza esserne schiavi.
È una differenza sottile ma fondamentale.
Quando diciamo:
"Io sono fatto così"
stiamo descrivendo chi siamo?
Molti comportamenti che consideriamo parte della nostra identità sono in realtà vecchi adattamenti.
Modi di reagire che abbiamo appreso molto presto.
Strategie che un tempo erano utili e che oggi continuiamo a usare senza più interrogarle.
La persona che interrompe continuamente potrebbe dire:
"Io sono diretto."
Quella che alza la voce potrebbe dire:
"Io sono passionale."
Quella che critica ogni cosa potrebbe dire:
"Io sono sincero."
Quella che si mostra infastidita da ogni nostro gesto potrebbe dire:
"io sono centrata su me stessa"
Forse stiamo osservando un automatismo.
La libertà non consiste nel fare ciò che ci viene spontaneo.
La libertà consiste nell'avere una scelta.
Posso dire quello che penso.
Posso anche decidere di non dirlo.
Posso esprimere la rabbia.
Posso anche decidere di aspettare che la rabbia si sia calmata prima di parlare.
Posso avere un giudizio.
Posso anche scegliere di verificare se quel giudizio corrisponde alla realtà.
È quella che può scegliere quali filtri usare e quando.
Paradossalmente, la capacità di trattenere una parola può essere un segno di maggiore autenticità rispetto al bisogno di pronunciarla immediatamente.
Perché non nasce dalla paura.
Nasce dalla consapevolezza.
Non tutto ciò che pensiamo merita di diventare una frase.
Non tutto ciò che proviamo merita di trasformarsi in un'azione.
A volte il gesto più autentico non è parlare.
È restare qualche istante in silenzio e domandarsi:
"Questa voce che sta parlando dentro di me sono davvero io?
O è soltanto un vecchio copione che conosco a memoria e che mi imprigiona?"
"Posso dire quello che penso?"
La domanda è:
"Chi sta pensando questa cosa?"
Alcuni di questi adattamenti nascono molto presto nelle relazioni significative.
La persona che interrompe continuamente potrebbe aver imparato che per essere ascoltata doveva parlare più forte degli altri.
Quella che risponde con sarcasmo potrebbe aver scoperto che mostrarsi vulnerabile era troppo rischioso.
Chi blocca ogni confronto con frasi come "fai come vuoi", "non importa" o "lasciamo perdere" potrebbe aver imparato da un genitore incapace di stare nel dialogo che il modo migliore per sopravvivere a una relazione fosse uscirne emotivamente.
Anche molte transazioni bloccanti non nascono come tratti caratteriali. Sono modalità apprese. Soluzioni creative che un bambino ha trovato per adattarsi a un contesto relazionale imperfetto.
Il problema è che ciò che a cinque anni proteggeva, a cinquanta può limitare.
E tu? C'è qualche comportamento automatico che vorresti abbandonare o sei anche tu parte della schiera del "sono fatto così?"
In quel "sono fatto così" c'è una mancata presa in carico della possibilità di decidere di comportarsi in modo diverso, spesso a beneficio, in primis di se stessi e delle proprie relazioni. Poi, anche a beneficio degli altri cui non facciamo più scontare nostri vissuti antichi.
Per approfondire:
John Bowlby, Una base sicura - Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento
Claude M. Steiner, Copioni di Vita
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Alcuni contenuti nascono dal confronto tra approcci e competenze differenti.