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Imparare a camminare con il proprio buco inzainato

Scritto da Rosa M. Mariani | 2-apr-2026 3.59.59

Ci sono frasi che nascono da una ferita e diventano un mantra.
“Camminare con il proprio buco inzainato” è una di quelle.

È la traduzione ruvida e verissima di un processo di maturazione che non ha nulla di elegante, ma tutto di autentico: imparare a vivere con ciò che manca, senza più la smania di riempirlo.

Perché la verità è che quel buco non si chiude.

Puoi negarlo, anestetizzarlo, riempirlo di esperienze, amori, spiritualità, lavoro.
Ma resta lì: un piccolo cratere nel paesaggio della tua anima.
E quando smetti di combatterlo, scopri che non è il tuo nemico — è la tua firma.

💫 Il buco come portale

All’inizio cerchiamo di guarire.
Ci sforziamo di diventare “interi”, di cancellare ogni traccia di mancanza.
Ci convinciamo che un giorno, quando tutto andrà bene, quel vuoto scomparirà.

E invece è proprio da lì che entra la luce.

Il buco è un portale.
Attraverso di lui passano la vulnerabilità, la compassione, la capacità di comprendere l’altro.

Chi non ha mai sofferto non può davvero ascoltare.
Chi non ha mai tremato non può davvero accogliere.

Imparare a camminare con il proprio buco inzainato significa accettare la fragilità come compagna di viaggio, non come difetto.
Smettere di cercare la perfezione e iniziare a coltivare la presenza.

🎒 Il peso dello zaino

Ci sono giorni in cui lo zaino pesa più del solito.
Il buco tira, punge, fa male.
Ti ricorda le perdite, le delusioni, le parti di te che non torneranno mai come prima.

Eppure, se ti fermi un attimo e respiri, scopri che quel dolore non ti sta punendo: ti sta guidando.
Ti insegna la misura della tenerezza.
Ti obbliga a rallentare, a scegliere cosa mettere nello zaino e cosa lasciare.

Ti ricorda che non puoi portare tutto, che non devi salvare nessuno, che ogni passo è già abbastanza.

Il cammino non è più una corsa per arrivare, ma un atto di fedeltà verso te stessa.
Un modo di dire al mondo:
“Sì, ho delle crepe. Ma da lì passa la mia forza.”

🕊️ Dall’aggiustare al custodire

Per anni ho pensato che crescere significasse aggiustare.
Poi ho capito che crescere significa custodire.

Custodire ciò che resta, ma anche ciò che manca.
Prendersi cura delle proprie fratture come di una parte preziosa della propria geografia interiore.

Il buco inzainato non è una vergogna: è una mappa.
Ti mostra dove sei stata e cosa hai imparato.
Ti ricorda che l’amore — per te stessa e per gli altri — non nasce dalla completezza, ma dalla consapevolezza dei propri limiti.

E allora cammini.
Non per dimenticare, ma per integrare.
Non per chiudere, ma per trasformare.

Ad ogni passo, lo zaino si fa più leggero.
Non perché il buco scompaia, ma perché finalmente gli hai trovato posto.

🌄 Il senso del cammino

Alla fine, imparare a camminare con il proprio buco inzainato è un atto di libertà.

È dire addio all’illusione di essere salvati e abbracciare la possibilità di salvarsi — ogni giorno — con la propria storia, le proprie cicatrici, la propria verità.

Camminare con il proprio buco inzainato significa smettere di chiedere “perché a me?” e iniziare a chiedere “cosa posso farne?”.
Trasformare la ferita in direzione, la mancanza in senso, la fatica in sapienza.

È il momento in cui ti accorgi che non sei rotto: sei vivo.
E che la vita, dopotutto, è proprio questo:
continuare a camminare, sapendo che ogni passo, anche il più incerto, ti porta più vicino a te.

 

📚 Fonti e ispirazioni

Il concetto di “buco inzainato” nasce anche grazie agli insegnamenti di
Pierluigi Imperatore, psicologo clinico, psicoterapeuta, analista transazionale didatta e supervisore (PTSTA), trainer in PNL e counselor, socio fondatore di Epoche Institute, di cui mi pregio di essere discente.

Si intreccia con il libro Il buco” di Anna Llenas, e con “La favola dei Caldomorbidi” di Claude Steiner, nell’adattamento di Cinzia Chiesa (ed. Centro di Psicologia e Analisi Transazionale), altra fonte preziosa della mia formazione.